Tuo figlio non parla più con te e non sai più cosa fare?

La mancanza di comunicazione rappresenta uno dei fondamentali problemi nel rapporto genitore-figlio. Anche se tale problema emerge e si rende evidente soprattutto con l’avvento dell’adolescenza o, ancor prima, della preadolescenza ha spesso radici più antiche.

Prima di tutto occorre comprendere il fatto che l’obiettivo evolutivo peculiare a questa fascia di età è il classico taglio del cordone ombelicale, il che comporta l’emergere nel figlio di moti aggressivi che possono sostanziarsi nel cercare, anche maldestramente, di tagliare i ponti con i genitori, manifestando profonda insofferenza nei confronti dei loro tentativi di intrusione e, appunto, di comunicazione.

C’è una fase dell’evoluzione del bambino in cui questi si nutre della fiducia che i genitori hanno di lui e se questi invece che dimostrargli apprezzamento e stima gli rivolgono soprattutto critiche e rimproveri tale possibilità di nutrimento viene a mancare.

Un problema di fondo è legato al fatto che abbiamo culturalmente la cattiva abitudine a puntualizzare ciò che non va piuttosto che quello che va bene, che troppo spesso viene dato per scontato.

Senza che nessuno se ne accorga può venirsi a crearsi sia nel genitore sia nel figlio un’immagine negativa, svalutata e svilita di quest’ultimo, il quale rischia di crescere afflitto da un basso livello di autostima e fiducia in se stesso, il che – soprattutto con l’avvento della preadolescenza e dell’adolescenza – viene restituito al genitore.

Occorre quindi una buona iniezione di stima, di considerazione positiva e, appunto, di fiducia da parte del genitore nei confronti del figlio giacché, prima che l’adolescenza termini, non è ancora troppo tardi.

Spesso si parla quasi esclusivamente di ciò che va e non va fatto, in termini di doveri e di incombenze: ora occorre quindi cambiare rotta e interessarsi direttamente del mondo interno del figlio, dei suoi sogni, delle sue frustrazioni, delle sue speranze, dei suoi stati d’animo come dei suoi bisogni.

Purtroppo siamo culturalmente inibiti nel farlo anche se si tratta del collante della comunicazione, di ciò che può rinsaldare il rapporto che va sfilacciandosi: chi si interessa dei moti del nostro animo si interessa a noi, viceversa, chi non si interessa di tali moti non si interessa a noi, almeno questa è la percezione comune.

E’ in questo periodo che si può riscoprire il piacere di stare assieme al di là delle quotidiane incombenze, la possibilità di stabilire un contatto profondo al di là dei doveri legati al fare e al non fare, una comunicazione non più circoscritta a ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato.

In altre occorre una sorta di “rieducazione” alla comunicazione, giacché si tratta di una capacità ad assetto variabile che richiede molta elasticità, che oggi purtroppo manca il tempo, l’energia e la motivazione a sviluppare, senza pensare al fatto che la comunicazione è il volante della relazione, ciò che la guida in una direzione piuttosto che un’altra.

Stefano Boschi