Didattica e neuroscienze: bisogna imparare a “usare il cervello”

Quando qualcuno si rivolge a noi dandoci il consiglio non richiesto di “imparare a usare il cervello” ci sentiamo offesi, come se il fatto di averlo significasse automaticamente saperlo usare.

Basta però guardare fuori dalla finestra, ascoltare i notiziari o leggere un quotidiano per capire che il cervello è come la bicicletta: non basta averla per saperci andare!

«Al mio secondo anno di università entrai deciso nella biblioteca e chiesi alla bibliotecaria dove avrei potuto trovare un libro sul mio cervello e su come usarlo. Mi indirizzò immediatamente alla sezione della biblioteca dedicata alla medicina! Quando le spiegai che non desideravo operarmi al cervello ma imparare a usarlo, fui cortesemente informato che non esistevano libri del genere. Lasciai la biblioteca con grande stupore»

(Tony Buzan)

Così Tony Buzan, considerato il massimo esperto mondiale di tecniche di apprendimento veloce, creatività e innovazione, consulente per i metodi di apprendimento, produttività ed efficienza di numerose multinazionali tra cui Microsoft, IBM, Walt Disney, Barclays International, nonché autore di più di 100 libri best seller tradotti in 150 lingue, ci racconta dei suoi esordi universitari, all’interno cioè dell’istituzione preposta all’insegnamento di grado più alto.

Un conto è apprendere una materia, altro è apprendere come apprendere una materia o il meta-apprendimento. Cosa accadrebbe se a scuola guida ci insegnassero i vari itinerari, i percorsi da seguire per arrivare a casa, in ufficio, dai nostri amici piuttosto che a guidare l’auto?

​​​​​L’elementare principio applicato da chi si propone di raggiungere risultati concreti così come di evitare conseguenze drammatiche – come accade appunto a scuola guida – dovrebbe essere applicato anche negli altri ambiti dell’apprendimento.

Tony Buzan rimase stupito rendendosi conto che all’università venivano insegnate le diverse materie ma non il modo di apprenderle, ossia come usare correttamente quella macchina incredibilmente complessa che è il cervello.

Dato che nessuno ci insegna a usare il nostro cervello lo usiamo spesso come useremmo la nostra auto se non avessimo la patente, facendo cose che corrispondono a passare col rosso, guidare contromano, evitare di fermarsi alle strisce pedonali e via dicendo.

​Se, mentre saliamo a bordo dell’aereo che ci porterà nel luogo dove trascorreremo l’agognata vacanza, scorgessimo il pilota che legge un manualetto intitolato “Come pilotare un 747” ci accomoderemmo tranquillamente al nostro posto o cercheremmo una qualsiasi scusa per scendere?

Propenderemmo di certo per la seconda opzione, anche se razionalmente il pilota sta facendo la cosa giusta, cercando di imparare come pilotare l’aeromobile: il punto è che faremmo un ragionamento elementare, vale a dire che quella macchina è troppo sofisticata per poter imparare a pilotarla leggendo un semplice manualetto poco prima della partenza!

​Il paradosso è che pur essendo il nostro cervello una macchina ben più complessa del 747 tutti ce ne andiamo in giro come se fossimo perfettamente in grado di usarlo senza nemmeno aver letto un manualetto!

Nella precedente pillola ho affermato che la didattica è un processo simile alla “vendita”: anche se non si tratta evidentemente di una transazione commerciale si tratta pur sempre di un accordo tra due parti che si fanno reciproche concessioni, la qual cosa suggerisce che i principi possano essere gli stessi. 

​Potrebbe quindi risultare utile all’insegnante conoscere come i bravi venditori riescono a concludere gli affari, attenendosi ai principi che sono di seguito elencati anche se leggermente riveduti e corretti (e che andrebbero ovviamente adattati alle diverse fasce di età degli studenti).

​1) Parlare di se stessi (soprattutto al primo approccio ma non solo), della propria storia, del perché insegniamo proprio quella materia e del motivo per cui ci piace.

​2) Presentare il proprio lavoro, la propria mission sul piano professionale, quello che si può fare assieme a loro e per loro, i benefici che essi possono trarre dall’apprendimento di quella materia.

​3) Parlare della propria esperienza, dei propri successi, così come dei successi raggiunti da studenti che ne hanno beneficiato. 

4) Descrivere a carte scoperte i diversi modi di fare didattica: quello ormai superato con tutti i suoi limiti e quello nuovo che si applicherà, con tutti i suoi pregi e vantaggi per gli studenti e per lo stesso insegnante.

​5) Descrivere come si attuerà e svilupperà il nuovo metodo didattico, step by step, nelle sue linee generali.

​6) Raccogliere pareri, ascoltare cosa ne pensano, tenendo ben presente che è importante accogliere le eventuali obiezioni considerandole un prezioso contributo, per poi ristrutturarle.

7) Creare un clima di collaborazione tra insegnate e studenti, l’unica strada per far sì che possano sviluppare una genuina motivazione oltre che senso di responsabilità nei confronti del loro compito di studenti.

​Se quanto appena affermato funziona ne deriva che i grandi nemici da battere nella didattica sono l’esatto contrario. 

​1) Non si parla di se stessi e della propria storia, del perché insegniamo proprio quella materia e del perché ci piace, rimanendo ermeticamente chiusi sul piano personale: ciò è spesso legato ad un atteggiamento autoritario, alla posizione di chi si pone sul piedistallo.

​2) Si evita di presentare il proprio lavoro e la propria mission, non si precisa quello che si può fare assieme a loro, si tace sui benefici che essi possono trarre dall’apprendimento di quella materia e si pone l’accento sui loro doveri.

​3) Si tralascia la propria esperienza personale e i propri successi, considerati avulsi dalla materia che si insegna così come i benefici che può permettere di ottenere, in altre parole si omette di parlare della sua utilità. 

​4) Non si descrivono i diversi modi di fare didattica né si cita quello ormai superato assieme ai suoi limiti e quello innovativo che si applicherà.

​5) Non si parla del nuovo metodo didattico e non si descrivono i suoi diversi passi.

​6) I pareri degli studenti sono considerati superflui, si evita di “perdere tempo” ascoltando cosa ne pensano, le obiezioni vengono considerate una forma di mancanza di rispetto.

7) Non si tende a creare un clima di collaborazione tra insegnate e studenti, pensando che debbano sviluppare motivazione, passione per lo studio e responsabilità per un qualche misterioso motivo.

​Di fronte alle proposte di radicale innovazione i commenti possono raggrupparsi in tre fondamentali categorie: “non si può fare”, “se si facesse non servirebbe”, “lo facciamo già”.

​Per quanto riguarda “non si può fare” è utile viaggiare nel tempo attraverso l’immaginazione e ritornare all’epoca in cui l’essere umano viveva nelle caverne e renderci conto che, fortunatamente, i nostri lontani predecessori non hanno pensato nello stesso modo nei confronti di tutto ciò che oggi noi possiamo fare!

​Passando quindi alla successiva obiezione, “se si facesse non servirebbe”, è necessario ricordare che tutte le innovazioni sia del pensiero sia tecnologiche hanno subito questo destino prima di essere accolte e utilizzate da tutti.

​Per finire abbiamo “lo facciamo già”, obiezione che richiama la storia delle formiche del sale e dello zucchero. 

​C’erano una volta due formiche, quella del sale e quella dello zucchero. Un giorno le due formiche si incontrano e iniziano a parlare del più e del meno. La formica del sale racconta che il suo cibo preferito è il sale, al che quella dello zucchero ribatte: “Io invece mangio lo zucchero, che è molto meglio del sale!”.

​La formica del sale ribatte che nessun cibo può essere meglio del sale, al che quella dello zucchero decide di invitarla a cena: “Bene, vorrei che stasera tu venissi da me così ti farò assaggiare lo zucchero e potrai quindi decidere ciò che è meglio!”.

​La formica del sale accetta e all’ora convenuta bussa alla porta della formica dello zucchero, che la accoglie e le offre il suo cibo preferito chiedendole se le piacesse, al che l’altra risponde che tutto sommato non trovava una grande differenza rispetto al sale.

Insospettita, la formica dello zucchero le apre la bocca e con sua grande sorpresa si accorge che è piena di sale: nel dubbio che lo zucchero non le piacesse la formica del sale si era riempita la bocca con il suo solito cibo!   

Stefano Boschi