Anche dopo aver sentito del caso “Veleno” sono interessata a conoscere la sua opinione sulla tecnica manipolativa dei “falsi ricordi” e a capire meglio quali ne siano i meccanismi. Grazie

La questione è un po’ complessa. Prima di tutto occorre chiarire il fatto che il “falso ricordo”, a suo tempo definito da Freud “ricordo di copertura”, rappresenta un meccanismo di difesa volto a coprire un episodio particolarmente spiacevole se non addirittura traumatico.

Nel caso delle vicende di cui parliamo e che nel loro complesso sono state ribattezzate “Veleno” non sembra essere questo il caso, giacché i fatti traumatici seguono piuttosto che precedere i ricordi e i resoconti in questione.

In secondo luogo occorre considerare che il bambino in generale è spesso mosso dal desiderio di compiacere l’adulto e se si accorge o semplicemente ha l’impressione che l’adulto desideri fortemente che lui dica o faccia qualcosa può manifestare la tendenza conformista a soddisfare tale desiderio.

In sede di intervista il bambino definito “Zero” (perché dal suo racconto prende avvio l’intera vicenda), la convinzione pregiudizievole eventualmente nutrita dalla psicologa avrebbe forse prodotto tale effetto: quando si è fermamente convinti di qualcosa si va alla ricerca non già della sua smentita (come dovrebbe fare lo scienziato) bensì della sua conferma. Ecco che il bambino Zero può avere risposto a tale convinzione – a forse da lui stesso innescata – confermandola.

Ma per quale motivo questo bambino avrebbe inizialmente dichiarato il falso? A questo proposito va considerato un aspetto questa volta specifico della situazione del bambino intervistato: era stato allontanato dalla famiglia che si trovava in condizioni di disagio economico, mentre gli altri fratellini erano rimasti nella casa con i genitori.

Come ho scritto sul recente articolo “Veleno: i ‘pedofili’ della bassa modenese”, si tratta di una ferita narcisistica che non si cancella e che grida vendetta.

Poche persone sanno odiare meglio di coloro che sono stati abbandonati o che comunque si sono sentiti in questo modo, perciò l’intervista, le domande incalzanti e forse tendenziose della psicologa possono aver rappresentato l’occasione d’oro per placare l’eventuale sete di vendetta di questo bambino.

Se questa che è ovviamente una mera ipotesi ha un qualche fondamento allora gli elementi che ho precedente citato hanno fatto da corollario a questo tentativo di rivalsa.

Si tratta di una storia triste, in cui i protagonisti, invece che essere aiutati da chi avrebbe avuto il compito di farlo, hanno finito per essere triturati in un meccanismo più grande di loro, una storia di miseria e disperazione a cui si è aggiunta altra miseria ed altra disperazione.