Alienazione parentale: un reato negato

Nonostante il fenomeno dell’alienazione parentale continui ad essere in Italia spesso misconosciuto, è oramai scontato che esso esiste con buona pace dei suoi detrattori e con la benedizione dei due principali manuali diagnostici, il DSM-5 e l’ICD-11, i due manuali che sono il riferimento della psichiatria internazionale.

In tali manuali non viene considerano un disturbo mentale del bambino ma una patologia relazionale da considerare seriamente, poiché influenza in modo significativo la salute personale e il sistema affettivo-relazionale dei figli e dei genitori che subiscono questo condizionamento.

L’alienazione parentale è dunque un’alterazione del normale sistema di rapporti genitori-figlio che avviene soprattutto durante o dopo una separazione conflittuale quando un genitore, per vendicarsi e ferire l’ex compagno, crea un’alleanza malata con il figlio. Questa “strategia” disfunzionale arriva a manifestarsi con compromissioni del funzionamento cognitivo-comportamentale o con conseguenze affettivo-relazionali gravi e durature.

Nei figli invischiati in questo sistema si possono infatti riscontrare attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri trasformati in incolpevoli capri espiatori, sentimenti non giustificati di rifiuto verso le figure parentali di riferimento ma anche disturbi alimentari, insuccesso scolastico, si può andare dalla sensazione di tristezza fino alla depressione conclamata, da atteggiamenti di apatia fino ad esplosioni di rabbia verso gli individui con cui ci si relaziona, ecc.

Va chiarito che quando si parla di alienazione parentale ci si riferisce ad una duplice violazione del diritto umano più inviolabile: quello di vivere al meglio le proprie relazioni familiari. Questo diritto nelle situazioni di alienazione parentale viene invece negato ai figli così come al genitore alienato. I figli hanno il diritto di crescere con entrambe i genitori.

In Italia si parla espressamente di bigenitorialità fin dalla Legge 54 del 2006 “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli” che riconosce l’affido della prole ad entrambe i genitori come prassi nei casi di separazione, infatti si precisa che “anche in caso di separazione  personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto  equilibrato  e  continuativo con ciascuno di essi,  di  ricevere  cura,  educazione  e istruzione da entrambi e di conservare  rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

Allo stesso modo i genitori hanno il diritto di vedere riconosciuta e rispettata la propria genitorialità. Sebbene l’alienazione non sia ancora riconosciuta come un reato nel nostro paese (a differenza di quanto avviene in altri Stati), essa viola dunque la Legge italiana e prima ancora gli artt. 29, 30 e 31 della nostra Costituzione, l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il 6° principio della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, l’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti Dell’infanzia, l’art. 12 della Dichiarazione dei Diritti umani dell’ONU.

L’alienazione parentale, quindi, è una palese violazione dei diritti umani universalmente riconosciuti e ha conseguenze drammatiche sui figli e sul genitore alienato: i primi non solo sono privati della presenza, delle cure, dell’affetto di un genitore ma sono addirittura costretti dall’altro genitore a rinnegarlo.

Il genitore alienante, infatti, seppure apparentemente “buono”, li sottopone ad una violenza indicibile che dimostra già di per sé la sua inadeguatezza, egli non si fa affatto scrupoli nell’usare i suoi stessi figli contro l’ex-compagno. Il genitore alienato, per contro, non solo viene privato della possibilità di crescere e di vivere con i propri figli, ma deve anche subire un’aggressione del tutto ingiustificata da parte loro e dell’altro genitore.

Nei casi di alienazione parentale si va quindi ben al di là della conflittualità tra ex-coniugi perché in questa “guerra” uno dei due genitori manipola i figli coinvolgendoli attivamente nel suo piano di vendetta e rivalsa creando un immotivato e tragico schieramento tra sé e i figli contro il genitore alienato. In queste situazioni i figli non mostrano apparentemente sensi di colpa nel rifiutare e addirittura denunciare il genitore alienato perché sono stretti nel “conflitto di lealtà” che li porta a mantenere fede al “patto” con il genitore alienante.

Ogni volta che cercano di liberarsi dalla situazione invischiante in cui sono costretti dal sistema di falsità creato ad arte e che loro stessi hanno contribuito ad attuare, sperimentano l’impossibilità di sottrarsi a tale alleanza patologica, sono impediti nel manifestare il proprio affetto ad entrambe i genitori, fino a giungere ad incolpare della separazione un solo genitore e a sostenere le “false accuse” inventate dall’altro per gettare discredito sull’ex-coniuge.

Arrivano, addirittura, ad essere direttamente loro a denunciare il genitore-bersaglio (normalmente le madri sono denunciate per maltrattamenti nei loro confronti, i padri spesso persino per abuso sessuale).

In queste situazioni il peso insostenibile del loro ruolo porta spesso questi ragazzi a crearsi una realtà fittizia in cui davvero il genitore rifiutato si comporta in modo violento nei loro confronti, scatta allora il meccanismo dei “falsi ricordi” che rende loro più sopportabile sopravvivere all’interno di un simile sistema malato: creare una realtà fittizia dove il genitore è davvero violento o abusante è per loro l’unico modo per sopportare la situazione.

Ovviamente questo legame patologico basato sulla menzogna devasta i figli costretti ad allearsi con il genitore che nei fatti è inadeguato, manipolatore, perfido, approfittatore; non è neppure immaginabile il dolore che provano quando riescono finalmente ad affrancarsi rendendosi conto non solo di essere stati strumentalizzati dal loro stesso padre/dalla loro stessa madre, ma di essere stati essi stessi la causa dello strazio patito dal genitore-vittima.