Educazione e genitorialità: rabbia e gestione dei conflitti

Parlando di conflittualità la prima cosa che è necessario comprendere è che il bambino ha bisogno di instaurare conflitti con il mondo esterno, giacché questo gli permetterà di riconoscere i propri limiti e mettere in campo le proprie risorse, scoprendo una realtà là fuori che non sempre si lascia piegare alla sua volontà.

Il cosiddetto “bambino viziato” è quello che non ha appreso come adattarsi a questi limiti, che forse non sono stati nemmeno riconosciuti come tali: il genitore non deve quindi cercare di evitare al figlio i conflitti con il mondo esterno bensì gestirne i modi, la portata e l’evoluzione adattiva.

Dal canto suo il bambino ha bisogno di mettere in campo le proprie capacità competitive legate al possesso e alla difesa del territorio, il che per la psiche corrisponde a ciò che il sistema immunitario è per il corpo.

Se nell’infanzia non instaurassimo conflitti con gli altri saremmo destinati a soccombere allorché tutto d’un tratto fossimo gettati nella mischia, un po’ come se avessimo vissuto al riparo da virus e batteri fino all’età adulta per poi essere improvvisamente esposti ad essi: il virus del raffreddore ci avrebbe uccisi!

Il punto non è quindi evitare i conflitti bensì che producano conseguenze spiacevoli, come accade quando la rabbia si si esprime in modo incontrollato, la si demonizza o ci si trova da essa pervasi.

Nei confronti di rabbia e aggressività la nostra cultura mostra un atteggiamento schizofrenico: se da una parte i programmi TV appaiono ridondanti di scene improntate alla violenza gratuita (vedi in particolare cartoni animati, i film americani, i videogames, ecc.), dall’altra i genitori a volte sembrano intolleranti nei confronti di qualsiasi sua espressione da parte dei figli.

La possibilità di riconoscere ed accettare la rabbia così come gli impulsi aggressivi dei propri figli riposa sulla capacità dei genitori di accettare i propri.

Spesso il comportamento aggressivo infantile viene spiegato facendo appello all’emulazione dei comportamenti adulti, anche se molti bambini educati con dolcezza manifestano ugualmente moti aggressivi.

Tutti i bambini esprimono ostilità anche se in forme e con intensità diverse a seconda della loro storia personale, dei modelli educativi adottati dai genitori e, prima ancora, della loro innata costituzione.

Le forme in cui si manifestano rabbia e aggressività da parte del figlio sono moltissime: morsi, sputi, calci, tirare di capelli, graffi, lanci di oggetti, danneggiamento dell’opera altrui, appropriazione, espressioni verbali di disprezzo, minacce e boicottaggi.

A seconda dell’età i bambini prediligono una o l’altra di tali manifestazioni aggressive (ad esempio, il mordere è più frequente tra i piccoli sotto i due anni, mentre lo sputo è più frequente tra i bimbi più grandi).

Spesso il genitore si chiede come intervenire, se punire o consolare, se avere un atteggiamento indifferente, repressivo o permissivo: in ogni caso non può spogliarsi dell’autorità che gli compete lasciando che i bambini facciano tutto quello che passa loro per la testa.

Un mondo in cui gli adulti non sono in grado di controllare o, per meglio dire, contenere ciò che fa il bambino non è un mondo di cui questi si possa fidare, pertanto è necessario che l’adulto accetti la funzione normativa di regolatore che gli è propria.

L’assenza dell’adulto sul piano normativo o delle regole è, per giunta, vissuta dal bambino come una sorta di abbandono, che può spingerlo ad agire in modo sempre più aggressivo onde stimolare tale funzione genitoriale.

Le manifestazioni di ostilità, prepotenza e aggressività vanno pertanto affrontate e contenute senza assumere un atteggiamento repressivo: solo così il bambino si sentirà contenuto nei suoi impulsi aggressivi e protetto dall’inevitabile ansia che essi comportano.

Il controllo esterno garantito dall’adulto tranquillizza il bambino e gli dà la possibilità di imparare gradualmente a controllare autonomamente i propri impulsi aggressivi.

Per converso, l’incapacità di accettare le manifestazioni di rabbia e di aggressività dei propri figli, che di regola conduce a condanna e repressione, può determinare l’insorgere di conflitti interni più o meno profondi e dalle pesanti conseguenze.

La rabbia non è però un problema a senso unico, così come la sua gestione non riguarda solo o soprattutto il figlio.

Tale stato emozionale appare paradossalmente proporzionato all’affetto, in modo tale che più amiamo nostro figlio più tenderemo ad arrabbiarci con lui e il motivo è semplice.

Se da una parte abbiamo la tendenza a mantenere il controllo su di lui dall’altra ci sentiamo frustrati quando fa qualcosa che sappiamo fargli male, che lo danneggia, che lo mette in cattiva luce di fronte agli altri e cose del genere.

Nel suo desiderio inconfessato di essere perfetto, a volte il genitore può sentirsi confrontato da emozioni e impulsi che costituiscono diverse declinazioni della rabbia, cedendo alla convinzione per cui “si dovrebbe provare solo affetto verso i figli”.

È quindi necessario convincersi che la rabbia – prima di tutto quella che si prova in prima persona – è qualcosa di naturale quanto i sentimenti di affetto.

Ciò gli permetterà di evitare il conflitto con se stesso e di pensare di essere un “cattivo genitore”: visto che non potrà accettare tale pseudo identità negativa finirà per prendersela con i figli, attribuendo loro la colpa di ciò che prova come nel tipico caso di «Mi fai arrabbiare!».

Lo stress che genitori e figli vanno accumulando in una società che non è affatto a misura di essere umano – e tantomeno di bambino – si rivela a volte al di sopra della soglia di sopportabilità, oltre la quale scattano naturalmente gli impulsi distruttivi volti alla sopravvivenza: nessuno può sopportare una quantità infinita di stress e di frustrazione.

Per citare una situazione apparentemente banale ma più che consueta bastano un paio di notti insonni a causa di una semplice colica del lattante per far sì che nella madre insorgano inevitabilmente impulsi distruttivi verso il suo amatissimo piccolo.

Anche se non siamo affatto abituati a pensare in questo modo tali impulsi appaiono del tutto naturali al di là di ogni considerazione etica, anche se il loro emergere ci terrorizza.

Il potere inquinante della rabbia nei confronti della relazione non è legato alla rabbia stessa bensì al fatto che non viene comunicata a parole ma solo manifestata.

Si tratta della differenza tra giudicare, svalutare, accusare, punire, urlare da una parte (manifestazioni di rabbia) e affermare «In questo momento mi sento arrabbiato perché non hai fatto i compiti!» (comunicazione della rabbia) con un tono e un’espressione che esprimono quanto si prova.

Una convinzione tanto diffusa quanto errata e deleteria ci spinge a pensare che se proviamo qualcosa di spiacevole è senza dubbio meglio tacerlo.

In realtà, per quanto bizzarro possa suonare le cose stanno esattamente all’opposto: se continuo a provare qualcosa di spiacevole e non lo comunico, primo, lo farò comunque a livello non verbale (vedi il primo assioma della comunicazione per cui non si può non comunicare).

Secondo, potrò trattenerlo fino a un certo punto prima di esplodere e terzo, la persona nei confronti della quale la rabbia si esprime non potrà capire – e nostro figlio men che meno – cosa sta succedendo e i motivi per cui sto provando tali sentimenti.

È così che le relazioni finiscono per disgregarsi, le coppie per scoppiare come una pattumiera che non riesce più a contenere tutto quello che vi gettiamo dentro.

A volte il tentativo di essere un bravo genitore a tutti i costi – forse anche per dimostrare di essere diversi dai propri – cozza vistosamente con il provare rabbia, la quale rischia di veder crollare questo ideale.

Ciò spinge il genitore a cercare di ignorare la rabbia che se non adeguatamente accolta in prima persona tende ad essere ribaltata sul figlio, trasformandosi in accuse e colpevolizzazioni in forza del meccanismo di proiezione.

Occorre che il genitore apprenda a gestire tale emozione per se stesso e in rapporto ai propri figli, il che passa sicuramente attraverso il suo riconoscimento, la sua accettazione e la sua esternazione.

Stefano Boschi