Un fenomeno davvero inquietante: l’entropia sociale progressiva

Anche se in modo non necessariamente apparente, le diverse istituzioni funzionano come vasi comunicanti di diversa forma: ciò che avviene in un ambito istituzionale tende a ripercuotersi più o meno direttamente, positivamente o negativamente, sugli altri.
Una seconda metafora, necessaria a comprendere l’interconnessione funzionale esistente tra i diversi ambiti istituzionali, è offerta dall’annaffiare una pianta: possiamo annaffiare ogni singola foglia o rametto oppure alle radici e solo in questo secondo modo tutta la pianta avrà l’acqua di cui necessita.
La domanda è quindi: quali sono le radici della società, quelle che si dovrebbero annaffiare per far sì che l’intero sistema abbia ciò di cui ha bisogno? Di regola, l’attenzione di tutti i governi viene focalizzata su due particolari ambiti istituzionali, quello del lavoro e quello dell’economia.
Se il livello di malessere della popolazione sembra peggiorare sulla base dei dati relativi alla salute pubblica, in particolare dal punto di vista psichiatrico e medico, come in effetti sta accadendo oggi bisogna chiedersi se non stiamo annaffiando rami e foglie, oppure stiamo portando acqua con un secchio pieno di buchi: in ogni caso alle radici arriverà meno acqua di quanto la pianta ha bisogno.
I buchi nel secchio, così come il modo sbagliato di annaffiare la pianta della società, sarebbero costituiti dal trascurare quegli ambiti che, pur sembrando di secondaria importanza, rappresentano in realtà i «punti chiave» dell’intera società.
Per rendere l’idea delle dimensioni dei buchi nel secchio del nostro sistema sociale pensiamo al costo della sanità, la cartina tornasole del grado di benessere-malessere sociale.
I dati diffusi dall’EPA, l’European Psychiatric Association, in occasione del congresso tenutosi a Vienna nel 2015 parlano di quasi 800 miliardi di euro spesi in Europa solo per le cure psichiatriche, senza quindi parlare di quelle mediche e tralasciando per un momento il fatto che questi numeri appaiono in progressiva ascesa.
L’interconnessione tra i diversi ambiti istituzionali, come ad esempio quello della salute pubblica e quello dell’economia, sembra assolutamente aleatoria fino a che si continua a ignorare la letteratura scientifica internazionalmente condivisa in materia psicologica.
Secondo la psicodinamica, l’approccio più autorevole di sempre in questo settore, le radici delle diverse forme di patologia psichica sono da ricercarsi nell’infanzia e nessuno studio fino ad oggi ha messo in discussione tale fondamentale assunto.
Se poi allarghiamo ulteriormente l’ottica per includervi i legami mente-corpo dobbiamo ipotizzare che anche le malattie del corpo potrebbero mostrare le stesse identiche origini nelle esperienze relazionali precoci (vedi in particolare gli studi compiuti dal pediatra Vittorio Vezzetti).
Ma non basta. A questo punto nessuno ci vieta di allargare ulteriormente la prospettiva per includervi l’ambito giuridico, dal momento in cui moltissimi reati potrebbero essere ricondotti non solo a questioni meramente economiche o sociali ma anche psicologiche.

Dato che non nascono criminali ma solo bambini dobbiamo pensare seriamente all’influenza dell’ambiente in tal senso (vedi la sempre più grande diffusione dei Disturbi di Personalità descritti dal DSM IV e il loro riverbero sul comportamento asociale e antisociale, nonché sui problemi relazionali).
Se, tornando alla nostra metafora iniziale, considerassimo la società come una pianta e chiedessimo ad un qualsiasi giardiniere come tenerla in buona salute, la risposta sarebbe fin troppo ovvia: curare le sue radici.
E quali sono le radici della società? Anche la risposta a questa domanda appare fin troppo ovvia: i bambini, i fanciulli, i ragazzi, in altre parole i soggetti in età evolutiva.
Se bambini, fanciulli e ragazzi sono le radici della società (e chi potrebbe negarlo?!), i giardinieri che se ne prendono cura sono gli educatori, genitori e insegnanti: nella realtà dei fatti (a parte le lezioni di demagogia offerte dai nostri governi) si tratta delle categorie più trascurate, almeno nel nostro Paese.
Utilizzando il criterio della «salute» in ambito medico e psichiatrico al fine di valutare lo stato di salute del nostro sistema sociale dobbiamo non solo riconoscere che siamo una società sempre più malata ma anche che stiamo procedendo a larghi passi vero il punto di non ritorno, esattamente come sta accadendo all’ambiente che ci circonda proprio a causa nostra!
Prima ancora che al clima, il collasso del nostro attuale sistema sociale (se le cose continueranno a procedere in accordo al trend attuale) sarà dovuto all’incremento esponenziale delle diverse forme di patologie, che rischiano di renderci una società divisa in due: una metà che si prende cura delle persone malate, mentre l’altra appare formata da queste persone.
Sempre secondo l’EPA, nel 2030 i disturbi mentali saranno le malattie più frequenti nel mondo, ma nell’Europa della crisi sono già pandemia: la sfida sanitaria del Terzo millennio, che colpisce secondo gli ultimi dati disponibili il 38,2% degli abitanti del Vecchio continente, per un totale di quasi 165 milioni di pazienti su una popolazione di 514 milioni.
Il processo che sto oggi dilaniando la nostra società può essere descritto con l’espressione «entropia sociale progressiva»: si tratta del disordine ad incremento esponenziale prodotto dalla stessa società, che va ben oltre l’inevitabile accumulo di entropia derivante da ogni processo di trasformazione anche di origine naturale, come per l’accumulo di tossine dovuto al metabolismo dei viventi.
In termini concreti, stiamo sviluppando in modo sempre più vistoso un sistema sociale sempre più impegnato nell’affrontare le problematiche che esso stesso produce, come dimostra in modo più che evidente la questione climatica legata all’inquinamento.
Dalla rivoluzione industriale in poi, si sono spesso adottati metodi di risoluzione che hanno prodotto essi stessi problemi di livello via via superiore (visto che si fondano sulle premesse sulle quali si ergono i problemi iniziali), che sono poi stati affrontati valendosi di altri metodi che (visto che non sono state mutate le premesse) hanno generato problemi di ennesimo grado, dando origine ad una rincorsa problema-soluzione-problema o ad una spirale di problematicità che potrà esitare nel collasso finale dell’intero sistema sociale.
È come essere affetti da una malattia e assumere perciò una medicina che crea essa stessa effetti collaterali, per neutralizzare i quali si deve quindi assumere un’altra medicina che a sua volta produce ulteriori effetti collaterali e così via.
Questo modo di procedere ricorda la storia di quel tipo che aveva i topi in casa per scacciare i quali prese tanti gatti, per scacciare i quali prese tanti cani, per scacciare i quali prese infine un leone, al che dovette egli stesso uscire di casa. Si tratta di una sorta di «effetto domino» in negativo.
In ambito giuridico e sociale, un evidente esempio di questo processo a spirale è offerto da quanto accaduto nei primi anni ’80, quando sono state compiute due importanti scelte della giurisprudenza statunitense in merito alla custodia dei figli in situazione di separazione coniugale: la sostituzione del principio della tenera età con quello dell’interesse prevalente del bambino, e l’affidamento congiunto del minore ad entrambi i coniugi.
Ciò ha costituito il terreno fertile per lo sviluppo di una forma di conflitto familiare sino ad allora sostanzialmente inedita, che Richard Gardner ha chiamato «PAS», la Parental Alienation Syndrome.
Nel nostro Paese, il tentativo di soluzione a questo problema ha condotto all’introduzione dell’affido legalmente condiviso tra i coniugi in via di separazione, imposto dalla legge 54 del 2006 e d è per compensare le carenze di questa legge che oggi si sta oggi per varare il DDL «Pillon», che peraltro sta scatenando le reazioni più o meno giustificate di tante parti sociali.
È come se continuassimo a porci la domanda sbagliata: Quanta acqua ci vuole per riempire un secchio che ha un buco sul fondo?». Che a proposito del secchio si tratti di una domanda sbagliata lo capiamo tutti, meno facile è comprendere che se davvero vogliamo il «benessere sociale» dobbiamo curare le radici della società, rivolgerci cioè all’ambito educativo.

Alla base dell’entropia sociale progressiva sta un altro processo, quello educativo, il quale viene declinato dai suoi due enti, famiglia e scuola, e dai suoi due agenti, genitori e insegnanti.
Anche se sostanzialmente diversi nel contesto queste due forme del processo educativo mostrano un comune denominatore, rappresentato da quello che possiamo definire «induzione del conflitto interno», le cui specifiche di natura psicologica, neurologica, relazionale, comunicazionale e biologica sono riportate in due recenti lavori a carattere scientifico (vedi Active Education e Active Learning di Stefano Boschi).
L’ipotesi dell’interconnessione funzionale tra le istituzioni è che quanto avviene all’interno della famiglia e della scuola riverberi direttamente sugli ambiti della salute pubblica e della giustizia (non si esclude un’influenza indiretta nel mondo del lavoro proprio sulla base del coinvolgimento dei due precedenti ambiti), e da lì si ripercuota pesantemente anche se indirettamente anche su quello economico.
Per tirare le somme di questo discorso e tradurlo in termini operativi occorre investire urgentemente e in modo massiccio sull’educazione nei suoi due fondamentali aspetti, contesti e modalità: genitorialità (famiglia) e didattica (scuola).
Tale investimento potrebbe avvenire a costi molto bassi sul piano della crescita personale rivolta ai genitori e della formazione professionale rivolta agli insegnanti, senonché:
1. i genitori, gli agenti primari dell’educazione, non appaiono molto disponibili (in assenza di una cultura della famiglia e dell’educazione) a seguire alcun percorso di crescita personale
2. gli insegnanti, gli agenti secondari dell’educazione, possono accedere all’insegnamento previa formazione (vedi Scienze della formazione, che però non offre una specifica formazione professionale: si tratta soprattutto di libri da leggere e di lezioni frontali).
In questo scenario, essendo tenuti ad una formazione professionale, gli insegnanti della scuola di ogni ordine e grado (partendo da quella materna) rappresentano comunque il “punto critico” dell’intera impalcatura sociale e quindi, volenti o nolenti, anche il “punto di entrata” nel problema.
Dai 2 anni in poi (spesso anche in età più precoce)i nostri figli passano con loro il tempo di qualità migliore sul piano relazionale nonché educativo, dalle 7-8 del mattino fino al tardo pomeriggio: il tempo restante è dedicato dal genitore all’igiene, al nutrimento e al sonno, ad attività cioè di natura di basso valore educativo.
Sono gli insegnanti, assieme ai genitori, i giardinieri di quella pianta che è la società: occorre perciò dotarli di tutte le conoscenze, le strategie e le tecniche necessarie a far crescere questa pianta sana a e forte.
Investendo sulla scuola non solo sul piano strumentale (come ad esempio dotando le scuole di strumenti informatici) o economico (migliorando il trattamento economico degli insegnanti) ma anche se non soprattutto della crescita personale e della formazione professionale si potrà sfruttare appieno, questa volta positivamente, il principio di interconnessione funzionale esistente tra i diversi ambiti istituzionali, generando un effetto domino positivo negli ambiti della salute pubblica, della giustizia e del lavoro, in grado di contrastare l’entropia sociale progressiva.
Per fronteggiare tale fenomeno si può agire sostanzialmente in due modi diversi e contrapposti:
1. inversione
2. riconversione.
Mentre l’inversione contrasta la tendenza sociale attuale andando controcorrente e rischiando così di generare un collasso precoce del sistema sociale, la riconversione sposta invece gradualmente la direzione dell’evoluzione sociale cambiandone le premesse e ottenendo così risultati desiderabili a breve, medio e lungo termine senza troppi effetti collaterali.
L’investimento su insegnanti e genitori può rappresentare il cambiamento di quelle premesse che preservano l’entropia sociale progressiva ed è quindi in grado di invertire la rotta in modo morbido e graduale, in altre parole socialmente accettabile, allontanando così lo spettro del collasso dell’attuale organizzazione sociale.
Quale effetto dell’entropia sociale progressiva, oggi molti professionisti traggono il loro profitto da attività volte a risolvere i problemi creati dal nostro stesso sistema sociale piuttosto che operare in modo creativo ed è necessario riconvertire la loro attività in modo graduale e costruttivo onde evitare grossi scossoni.

Stefano Boschi