Identità e salute: le nostre “false identità” possono farci ammalare?

Nell’epoca in cui la ricerca scientifica in campo medico va sempre più nella direzione dei virus, dei batteri e dei meccanismi cellulari e molecolari risulta difficile pensare che l’idea di chi siamo possa in qualche modo contribuire allo stato di salute o malattia.

Innanzi tutto dobbiamo pensare che nel corso della nostra esistenza, faticosamente giorno dopo giorno, ci siamo fatti un’idea della realtà e ciò che chiamiamo “identità” fa parte di tale visione del mondo, costituendone il fulcro stesso, la parte centrale e più importante.

A questo punto come entrerebbe in gioco il presunto legame tra identità e malattie? Per rispondere a tale domanda dobbiamo considerare un disturbo psichico tra i più bizzarri, quello chiamato disturbo dissociativo di identità o disturbo di personalità multipla.

La singolare esperienza clinica accumulata con i pazienti affetti da questo disturbo mostra come alcuni parametri fisiologici e biochimici, come la pressione arteriosa, il livello di glicemia e di colesterolo ed altri ancora, possano variare con l’avvicendarsi delle diverse identità sulla scena della consapevolezza.

Sono stati studiati casi di persone guarite da tumori o da altre malattie gravi semplicemente passando da una personalità all’altra, per ricadere poi in alcuni casi ancora nella stessa malattia una volta che si ridestava la personalità che aveva originariamente manifestato il problema.

Forse uno dei casi più studiati è quello di B.T., riportato da Luca Mazzucchelli, direttore della rivista “Psicologia Contemporanea” e vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

 

«B.T. era arrivata nello studio di Waldvogel con il suo cane guida e aveva riportato di aver perso la vista in un incidente, 13 anni prima. In particolare, la sua capacità visiva era stata gravemente compromessa dopo l’incidente, poi la donna era diventata completamente cieca. Quando Waldvogel guardò le cartelle cliniche, vide che alla donna era stata diagnosticata una cecità corticale dovuta a trauma cerebrale.

Nel corso della psicoterapia con Waldvogel, il disturbo dissociativo dell’identità di B.T. si manifestava attraverso la presenza di più di 10 personalità, che differivano in base al nome, la voce, l’età, il sesso, la gestualità, gli atteggiamenti, le espressioni facciali, le inclinazioni personali, le attitudini, il temperamento e altri tratti caratteriali. In alcuni stati, la donna poteva comunicare solo in inglese, in altri solo in tedesco, in altri in entrambe le lingue (la donna da bambina aveva trascorso un periodo in un paese in cui si parlava solo inglese, e aveva appreso la lingua).

Durante il suo quarto anno di terapia, improvvisamente la donna riconobbe alcune parole sulla copertina di una rivista subito dopo una seduta. In quel momento la personalità in cui si trovava era quella di un maschio adolescente. Successivamente, la donna divenne in grado di riconoscere parole intere, ma non riusciva ancora a riconoscere le lettere che costituivano le parole. Tuttavia, nelle sedute successive, cominciò a riconoscere gli oggetti luminosi e, alla fine, tutto ciò che era normalmente visibile agli altri»

 

Viene ora da porsi una seconda domanda e cioè che cosa hanno a che fare le malattie con l’identità delle persone perfettamente normali, quelle che fortunatamente non soffrono di un disturbo dissociativo.

Il punto è che tutti noi, dalla nascita in poi, perdiamo gradualmente contatto con la nostra vera natura assumendo di conseguenza diverse pseudo identità: crediamo di “essere” genitori o figli, zii o zie, avvocati, commercialisti, impiegati alle poste, persone sfortunate oppure di successo, mentre tutto ciò è soltanto un ruolo, una professione, risultati raggiunti od obiettivi mancati, non la nostra vera identità!

Ci lasciamo così alle spalle la consapevolezza di ciò che veramente “siamo”: esseri umani e come tali dotati di infinite potenziali, tra cui stare bene ed essere felici, l’unica cosa che veramente vogliamo nella vita!