Veleno: i “pedofili” della bassa modenese vent’anni dopo

Questa tragica vicenda ha inizio con le prime luci dell’alba del 12 novembre 1998, quando sette poliziotti bussano alla porta di un’abitazione di Massa Finalese in provincia di Modena: hanno il compito di portare via i bambini a causa del sospetto che all’interno di questa famiglia disagiata siano avvenuti episodi di abuso ai loro danni.

La famiglia, disagiata, è assistita dai servizi sociali che hanno affidato il maschietto e la bambina a famiglie affidatarie.

Un giorno il bambino racconta prima alla madre affidataria poi alla psicologa del servizio sociale che il fratello «fa dei dispetti sotto le lenzuola alla sorella».

Con il procedere dei colloqui i racconti di questo bambino chiamano in causa padre e fratello maggiore: il 17 maggio 1997 i due sono condotti nel carcere di Sant’Anna in Modena.

I mesi passano e il piccolo inizia a coinvolgere nei suoi racconti sempre più persone: emergono in modo confuso abusi e violenze sadomaso, filmini pornografici, pestaggi ai quali i minori sono obbligati a partecipare e addirittura riti satanici, al punto che il 15 luglio 1997 il PM Claudiani chiede il rinvio a giudizio per sette persone.

Solo oggi si sta facendo chiarezza su questa macabra vicenda che da quei lontani giorni è rimasta tragicamente coperta sotto una fitta coltre di silenzio: al di là delle doverose valutazioni sul piano di come funzionano le istituzioni che si occupano di famiglie e minori appare certamente utile sviluppare alcune considerazioni.

Prima fra tutte sorge una domanda che forse è stata trascurata in questa sarabanda di drammatici eventi, reali e immaginari: per quale motivo il bambino poi chiamato “zero”, quello da cui prende le mosse l’intera vicenda, inizia a raccontare queste cose che si sono poi dimostrate pure invenzioni?

L’ipotesi più plausibile, che va ben oltre lo scoop giornalistico, si fonda sulla sua condizione di bambino “abbandonato” e come tale pervaso da rabbia e odio verso i suoi genitori naturali.

Che non si tratti di un “abbandono” quanto piuttosto di assistenza il bambino non lo “sa”, per il semplice fatto che non può saperlo: ciò che domina in tenera età sono i bisogni relazionali di vicinanza e dipendenza dai genitori, quelli veri, e se questi non hanno i mezzi necessari a provvedere alla sua sussistenza ai suoi occhi ciò non basta a giustificare il fatto che non vive più con loro e a sanare la sua profonda ferita.

Le considerazioni logiche legate al buonsenso appartengono a noi adulti, dato che i bambini ragionano con la “mente emotiva” più che con quella razionale.

Allargando quindi il discorso da quei drammatici eventi che sono costati la vita della madre che si è tolta la vita, del padre morto di crepacuore e del parroco del paese morto d’infarto, così come l’equilibrio mentale di tutti coloro che sono stati coinvolti, i riflettori vanno puntati sulla questione degli affidi e della modalità in cui vengono attuati.

Molti, troppi bambini vengono ricollocati nelle comunità alloggio o affidati a famiglie affidatarie o adottive senza rendersi conto del fatto che in ogni caso ciò comporta un profondo trauma abbandonico, che potrebbe sommarsi a quello eventualmente subito in famiglia.

La solerzia delle istituzioni nel troncare i legami familiari in forza dell’ineludibile principio del supremo interesse del minore può paradossalmente ritorcersi contro il minore stesso. Come affermava Oscar Wilde, è con le migliori delle intenzioni che a volte si finisce per ottenere il peggiore dei risultati!

Non di rado è bastata la telefonata di un vicino, di un parente, dell’ex coniuge per vedersi di punto in bianco portare via il proprio figlio, senza che ciò sia seguito da adeguate quanto sollecite indagini volte ad acclarare la reale situazione familiare, come del resto prevede la legge. Ma a che cosa può servire la legge se non viene applicata?

Anche nei casi in cui il provvedimento di ricollocamento si riveli giustificato a causa dell’inadeguatezza dei genitori, questi andrebbero immediatamente inseriti in un programma di recupero della funzione genitoriale (quando ciò si rivela possibile e realistico, il che purtroppo non è sempre il caso), così come il figlio dovrebbe seguire un percorso terapeutico volto all’elaborazione dei traumi subiti, non ultimo quello legato al ricollocamento stesso.

Purtroppo tutto questo tende spesso a rimanere sulla carta e il caso chiamato “Veleno” è solo uno dei tanti, anche se di particolare drammaticità, che evidenziano come i bambini strappati dalla famiglia originaria e ricollocati in ambito extrafamiliare sono delle mine vaganti che un giorno esploderanno.

L’esplosivo è la rabbia e l’odio che in nessun essere umano è tanto forte quanto in coloro che sono stati o che si sono sentiti abbandonati da bambini: a farne le spese sono prima di tutto i bambini stessi, che potranno sviluppare diverse forme di patologia sia psichica sia somatica, oltre che i genitori affidatari.

Questi ultimi tenderanno a divenire il sacco da boxe, il bersaglio della loro rabbia che come la spada dai samurai una volta estratta deve bere il sangue del nemico, non importa se si tratta del “vero responsabile” o di altre persone.

Nelle istituzioni volte al sostegno della famiglia nonché alla tutela dei minori c’è quindi ancora molto da fare; in particolare, nel nostro Paese c’è grande bisogno di formazione professionale rivolta agli operatori che si occupano di queste problematiche: non bastano semplici “chiacchierate” per rimettere a posto le cose!

Dobbiamo in tal senso pensare che se l’essere umano è la “cosa” più complessa che conosciamo in questo intero universo la relazione tra esseri umani vede tale complessità crescere in modo esponenziale, perciò pensare di risolvere tutto con un semplice colpo di spugna, ricollocando il bambino in una famiglia diversa o “migliore” è pura utopia, oltretutto alquanto dannosa per tutti, non solo per il bambino, la sua famiglia di origine ma anche per l’intera società che un domani ne pagherà il prezzo.

Sul piano, per così dire, dei principi che informano la giurisprudenza occorre passare urgentemente dalla tutela del minore alla tutela del sistema relazionale all’interno del quale il minore si trova, altrimenti è come pensare che il bambino possa procedere lungo il suo cammino evolutivo in modo sereno quando il suo fondamentale bisogno di vivere con i suoi genitori viene frustrato.

La prima cosa di cui una pianta ha bisogno per crescere sana e forte è la terra in cui affondare le proprie radici.